Appunti

La mia famiglia e altri animali

In quei primi giorni di esplorazione Roger era il mio compagno inseparabile. Insieme ci avventuravamo sempre più lontano, scoprendo silenziosi e remoti uliveti che bisognava esplorare e ricordare, facendoci strada in mezzo a un dedalo di mirti pieni di merli, inoltrandoci in valli anguste dove i cipressi gettavano un manto d’ombra misteriosa e color inchiostro.

Era un perfetto compagno di avventure, affettuoso ma non esuberante, coraggioso senza essere battagliero, intelligente, e pieno di cordiale tolleranza per le mie eccentricità. Se scivolavo mentre stavo arrampicandomi su un argine splendente di rugiada, Roger compariva tutt’a un tratto, faceva uno sbuffo che sembrava uno scoppio di riso soffocato, mi dava un fuggevole sguardo, una rapida leccatina di commiserazione, si scrollava ben bene, starnutiva e mi scoccava il suo sorriso sbilenco. Se trovavo qualcosa d’interessante – un nido di formiche, un bruco su una foglia, un ragno che avvolgeva una mosca in seriche bende – Roger si sedeva e aspettava che avessi finito di esaminarlo. Se gli pareva che ci mettessi troppo tempo, mi si avvicinava con un piccolo guaito lamentoso, poi sospirava profondamente e cominciava ad agitare la coda. Se non era un cosa molto importante, proseguivamo, ma se invece si trattava di qualcosa che mi interessava molto e andava osservata attentamente, bastava che guardassi Roger con occhi severi e lui si rendeva conto che sarebbe stata una faccenda lunga. Le sue orecchie si afflosciavano, la coda smetteva a poco a poco di agitarsi, e li se ne andava lemme lemme verso il cespuglio più vicino, stendendosi all’ombra e guardandomi con espressione da martire.

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi

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