Appunti

Quel che resta quando non resta niente

Inutile nascondersi la verità. Non reagisco più come prima. Adesso faccio fatica a piangere. Dentro di me, intorno a me, qualcosa è cambiato. Le strade si sono svuotate, nelle città non c’è quasi più nessuno, e ancora meno nelle campagne e nelle foreste. Il cielo si è rischiarato ma resta cupo. La pestilenza delle grandi fosse comuni è stata lavata da innumerevoli anni di vento ininterrotto. Certi spettacoli mi addolorano ancora. Altri, no. Certe morti sì. Altre, no. Ho l’aria di uno sul punto di singhiozzare, ma poi non esce niente. Devo andare dal regolatore di lacrime. 

Nelle serate tristi mi ritiro davanti a un frammento di finestra. Il riflesso è imperfetto, mi arriva un’immagine scura increspata da un po’ di salsedine. Pulisco il vetro, i miei occhi. Vedo la mia testa, questa sfera incerta, questa maschera che la sopravvivenza ha mutato in cartone, con una sola ciocca di capelli, sopravvissuta anche lei chissà perché. Non sopporto quasi più di guardarmi in faccia. Allora mi rivolgo verso i dettagli che il buio della camera contiene, i mobili, la poltrona dove ho trascorso il pomeriggio aspettando, pensandoti, e la valigia che uso come armadio, le borse appese al muro, le candele. In estate succede che l’oscurità esterna sia trasparente. Si riconoscono le distese di rottami dove, per un certo periodo, la gente ha cercato di coltivare. La segale è degenerata. I meli fioriscono ogni tre anni. Danno mele grigie.

Rinvio sempre il momento in cui andrò dal regolatore. Si chiama Enzo Mardirossian. Abita a sessanta chilometri, in una zona dove un tempo sorgevano stabilimenti chimici. So che è solo e inconsolabile. Si dice che sia imprevedibile. Un uomo inconsolabile è spesso pericoloso, in effetti.

Tuttavia è un viaggio che devo fare, devo mettermi nella borsa del cibo, degli amuleti contro il cloro, e qualcosa per piangere davanti a Enzo Mardirossian, lunatico o meno che sia. Qualcosa per cui piangere lunaticamente insieme, uno a fianco. Porterò un’immagine di Bella Mardirossian, rinnoverò per entrambi il ricordo di lei, che non mi abbandona mai, e a lui, al regolatore di lacrime, offrirò i tesori delle nostre parti: un pezzo di vetro, qualche mela grigia. (Enzo Mardirossian)

Antoine Volodine, Angeli minori, L’orma editore. 

 

Quando arrivai da Enzo Mardirossian, non lo si vedeva da nessuna parte. Mi sistemai lì vicino e mangiai le provviste che intendevo offrirgli per ripagare i suoi servizi. Iniziava a far freddo. A volte, sul finire del giorno, si vedevano fiocchi grigiastri uscire dalla terra e scivolare silenziosi ad altezza d’uomo, per poi svanire. La casetta del regolatore di lacrime aveva l’aspetto di un rudere incendiato da secoli, ma, poiché la terra era stata a lungo sferzata da tempeste di defoglianti e di gas, il luogo non era stato invaso dalla vegetazione. I rovi erano rachitici, le more che marcivano fra le spine sapevano di nitrato. Diciamo che erano gli ultimi frutti dell’autunno e non parliamone più. In seguito mi diressi verso i pozzi. Scesi, entrai, chiamai. Nelle nicchie dove qualcuno avrebbe potuto vivere per un po’ di tempo, c’erano solo frammenti di stoffa bruciata o marcita. Tornai fuori, era il 22 ottobre. All’esterno, il paesaggio finiva di trasformarsi in melma notturna. So quel che avrebbe potuto dirmi il regolatore: che tutto in me era squilibrato, non soltanto lacrime, e che piangevo in modo scomposto e disordinato, e spesso fuori tempo, o senza una ragione, o che restavo impassibile senza motivo. Era troppo tardi per guarire. Decisi dunque di fare a meno del regolatore. Nei dintorni l’oscurità era quasi completa. Guidato da un bagliore, scalai un monticello di cenere. Là c’era una donna sdraiata vicino a una lanterna. Ci presentammo, vivemmo per un momento in cima al mondo, avemmo tre figli, delle bambine. Una di loro prese il nome della madre, Verena Yong. Era bella. E diciamo che era l’ultima. Nel giro di qualche anno l’oscurità aumentò. Diventò difficile restare sul posto o muoversi senza smarrirsi, e di colpo nessuno più rispose ai miei appelli. Poiché mi spaventava allontanarmi dall’alone che la lanterna emetteva nello spazio nero, iniziai a vivacchiare vicino alla fiamma. Una notte i miei vestiti presero fuoco. Restai al livello della cenere per qualche tempo, rabbrividendo e piagnucolando. Diciamo quattro o cinque anni. Mi accadde di emettere gemiti per fingere di parlare col vento, ma più nessuno si rivolgeva a me. Diciamo che ero stato l’ultimo, quella volta. Diciamo cosi e non parliamone più. (Verena Yong)

Antoine Volodine, Angeli minori, L’orma editore

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